È scaduta sabato 28 marzo la proroga dell’incarico di Stefano Boeri come presidente della Triennale di Milano. Il secondo mandato dell’archistar proseguirà però almeno fino al 13 aprile, visto lo stallo nelle trattative tra Palazzo Marino e il Ministero della Cultura per nominare il nuovo consiglio di amministrazione, che a sua volta sceglierà all’unanimità il presidente durante la prima seduta.
Alessandro Giuli (Imagoeconomica).
I motivi dello stallo istituzionale
Il cda della Triennale è formato da nove membri: tre nomi indicati dal Ministero della Cultura, due dal Comune di Milano, due dalla Camera di commercio, uno dalla Regione Lombardia e uno condiviso dalle ultime due istituzioni. Il termine ultimo per la designazione dei membri da parte del Comune è stato rinviato, appunto, al 13 aprile. Lo stallo nasce dal fatto che, sebbene lo statuto della Fondazione assegni al ministro della Cultura – in questo caso Alessandro Giuli – il compito di indicare il presidente, il sindaco – cioè Beppe Sala – detiene un sostanziale potere di veto. Che sta esercitando, in quanto orientato verso un profilo più tecnico rispetto a quello proposto dal titolare del MiC. Da qui la proroga, definita «tecnica» dallo stesso Boeri.
Beppe Sala (Imagoeconomica).
I nomi scartati e quelli ancora in lizza
Giuli ha inizialmente caldeggiato Andrée Ruth Shammah, storica direttrice del Teatro Parenti, su cui però Sala ha fatto muro (così come il governatore lombardo Attilio Fontana). Il primo cittadino di Milano ha avanzato la candidatura di Carlo Ratti, accademico del MIT di Boston e curatore della Biennale Architettura: in questo caso è stato Giuli a dire no. Lo stesso è successo con l’architetto Michele De Lucchi, con il critico dell’architettura Fulvio Irace, col designer Fabio Novembre e col presidente di Museimpresa e della Fondazione Assolombarda Antonio Calabrò. Secondo il Corriere della Sera sarebbero ancora in corsa l’ex direttore artistico della stessa Triennale Davide Rampello, lo storico dell’arte e accademico della Iulm Vincenzo Trione, gli architetti Piero Lissoni, Enrico Morteo e Mario Cucinella.
Tutti i 100 mezzi della flotta di Itabus viaggiano con il diesel HVOlution di Enilive, un biocarburante al 100 per cento da materie prime rinnovabili (ai sensi della Direttiva europea sulle energie rinnovabili). Prodotto nelle bioraffinerie Enilive di Venezia e Gela prevalentemente da scarti come gli oli esausti da cucina e grassi animali, e da residui provenienti dall’industria agrolimentare, HVOlution è un olio vegetale idrogenato che può essere utilizzato da tutte le motorizzazioni diesel validate e che è disponibile in oltre 1.550 stazioni di servizio Enilive in Italia. Contribuisce alla decarbonizzazione del settore dei trasporti, anche pesanti. La riduzione media delle emissioni di CO₂eq dell’HVO Enilive per uso trazione lungo l’intera filiera nel 2025 è stata del 79,5 per cento rispetto al mix fossile di riferimento.
L’impegno delle due realtà per una mobilità sempre più sostenibile
Prosegue così la collaborazione tra Itabus ed Enilive, iniziata nel 2021 in occasione del debutto sulle strade italiane di Itabus, e che si è sviluppata nel 2024 grazie alla sperimentazione e introduzione sui primi mezzi del diesel HVOlution. Nel 2025, i mezzi Itabus hanno percorso circa 20 milioni di chilometri utilizzando 5,7 milioni di litri di carburante Enilive, di cui 3 milioni di HVOlution. Una media di utilizzo del biocarburante diesel pari al 53 per cento, ma con un trend in crescita. Nel solo mese di dicembre dell’anno scorso, l’HVO è stato utilizzato per il 75 per cento dei rifornimenti della flotta di Itabus. Nel 2026 la media dei rifornimenti con biocarburante in purezza aumenterà ulteriormente, a conferma dell’impegno congiunto di Itabus e di Enilive per una mobilità progressivamente più sostenibile.
Quando di mezzo ci sono gli ex diccì, è sempre un’adunata buona per esercitarsi con un po’ di sano totonomi. E così al Dc Pride dell’Eur andato in scena a Roma domenica 29 marzo si è fantasticato parecchio. Innanzitutto sulla solita giostra Quirinale, pronta a ripartire. I profili proiettati verso il Colle sono quelli di Giuliano Amato, Dario Franceschini, Mario Monti e Andrea Riccardi. Più la “riserva” Pier Luigi Bersani. Anche se, ci mancherebbe, la presidenza della Repubblica è ben salda nelle mani di Sergio Mattarella. Ma, oltre al futuro capo dello Stato, chissà che tra i Popolari con la “balena bianca” nel cuore non si possa pescare anche il nuovo federatore del centrosinistra. Evitando così che Elly Schlein e Giuseppe Conte si scannino alle Primarie, logorandosi. A lanciare il sasso è stata Rosy Bindi, che parlando al Corriere della sera ha detto: «Io vorrei qualcuno che li metta insieme perché, con queste premesse, questi non si mettono nemmeno a un tavolo». Ed ecco che si parla quindi di “carta coperta“, «qualcuno che apparecchi la tavola, altrimenti le elezioni non si vincono». Già, ma chi? «È un papa, non una papessa». Niente sindaca di Genova Silvia Salis. «Io il nome ce l’ho in testa», ha dichiarato con fare misterioso Bindi. «Se c’è una possibilità che questa cosa riesca è che il nome non lo faccia io». Va bene, ma quindi? Magari si potrebbe pescare tra qualcuno di quelli avvistati alla riunione capitolina dei vecchi amici democristiani (di allora e di oggi). Franceschini teneva banco, con la collaborazione di Pier Ferdinando Casini, per evocare la segreteria targata Benigno Zaccagnini, dal 1975 al 1980, durante il periodo del compromesso storico. «Questo incontro», ha però sottolineato l’ex ministro dei Beni culturali, «non vuol avere connotazioni politiche attuali. Riguarda la memoria». Tanto ci pensano gli altri a fare qualche elucubrazione. Anche perché è stato avvistato un nome spesso associato al ruolo di facilitatore e mediatore del campo largo: Ernesto Maria Ruffini, ex direttore dell’Agenzia delle Entrate, che aveva appena lasciato gli studi romani di La7. Presente Giovanni Minoli con i suoi filmati d’epoca, in compagnia di Beppe Sangiorgi, memoria storica della Democrazia cristiana: particolare da sottolineare, il fondatore di Mixer aveva accanto a sé Salvo Nastasi, lettiano doc. Immancabili poi Gianfranco Rotondi, Carlo Giovanardi, Giuseppe Gargani, Leoluca Orlando, Vincenzo Scotti, Carlo Fracanzani, Calogero Mannino, Angelo Sanza. Ma anche Bruno Tabacci, Lorenzo Cesa, Simone Guerini, Giovanni Bachelet, Sergio D’Antoni. Fanfaniani assenti. Per la serie “gli eredi di”, ecco Antonia De Mita, Serena Andreotti, Alessandro Forlani, Flavia Piccoli Nardelli, Livia Zaccagnini. Dulcis in fundo, Silvia Costa, l’ex capo della polizia Franco Gabrielli, e il mattarelliano Pierluigi Castagnetti. A suggellare la reunion, l’inno storico della Dc: “O Bianco Fiore” (non Michaela, l’ex berlusconiana animalista). Da questo arzillo gruppo uscirà qualche nome spendibile per Quirinale o Palazzo Chigi?
Calta si mette a tavola
Il costruttore ed editore Francesco Gaetano Caltagirone è pronto alla guerra di Mps, dove sembra poter tornare in pista l’amministratore delegato uscente Luigi Lovaglio. E a tavola certo non si tira indietro, presentandosi al ristorante Rinaldi al Quirinale, meta di gourmet e potenti. Immancabile la fotografia con i proprietari del locale, che si trova a poca distanza dal quartier generale di Caltagirone.
«Anas salva in media un animale ogni cinque giorni dal pericolo di essere investito e ucciso», racconta l’ad Claudio Andrea Gemme, e «in Italia il fenomeno dell’abbandono degli animali lungo le strade rappresenta una grave emergenza perché mette a rischio la loro vita e quella degli utenti. Negli ultimi anni abbiamo intensificato le attività di monitoraggio e intervento in collaborazione con le autorità locali e le associazioni del settore». E dal 3 aprile nasce DogLand – Anas, nel parco divertimenti MagicLand, dove i cani potranno muoversi, giocare e rilassarsi in sicurezza, sempre accompagnati dalle famiglie. Un’area completamente recintata e «realizzata con erba sintetica di alta qualità», dotata di zone ombreggiate, sedute e fontanella. Elemento distintivo, il “percorso agility” in legno a sei stazioni, progettato per stimolare movimento, gioco e interazione: pedana di attesa, pedana mobile, slalom, ostacolo regolabile, palizzata e anello fisso.
Il sindaco di Roma Roberto Gualtieri e l’ad di Anas Claudio Andrea Gemme (foto Imagoeconomica).
Quel Piano Staff House che piaceva a Santanchè
Era il suo fiore all’occhiello, Daniela Santanchè ci teneva tantissimo: quel nuovo bando per riqualificare e creare strutture abitative a canone calmierato, con le domande pronte a partire dal 2 aprile, doveva sancire il suo dominio assoluto nel settore turistico. E invece niente: dimissioni forzate, volute dalla premier Giorgia Meloni, e addio al ministero del Turismo. Si trattava del Piano Staff House, uno stanziamento di 54 milioni di euro destinati alla riqualificazione, all’ammodernamento e alla realizzazione di alloggi per i lavoratori del settore turistico. Il provvedimento «punta a rispondere a una delle criticità più rilevanti del comparto: la difficoltà di accesso a soluzioni abitative sostenibili, soprattutto nelle località a forte vocazione turistica», all’interno di uno stanziamento complessivo di 120 milioni di euro. Ci sono i contributi per la locazione, già attivati nel 2025, e adesso anche i contributi per gli investimenti strutturali, oggetto del nuovo bando. Con la voglia di dare una casa “a chilometro zero” a tutti coloro che lavorano nel comparto turistico. Santanchè ci teneva tanto a comunicarlo: ora ci penserà direttamente la presidente del Consiglio, grazie all’interim.
Andrea Pisani? È ovunque
Era a Le Iene, a Mediaset, nella puntata dove si parlava tra l’altro della morte di David Rossi: sarà perché deve promuovere il suo film, ma Andrea Pisani, attore e cabarettista, non conosce soste ed è presente ovunque, nel piccolo schermo e non solo. Eccolo in collegamento con Fiorello, a La Pennicanza su Rai Radio 2: come giri canale, Pisani c’è. Ha un ottimo ufficio stampa, indubbiamente. E le sue dichiarazioni vengono veicolate ovunque: dopo aver scherzato su alcune critiche personali e su Max Angioni, Pisani non manca mai di colpire Raoul Bova, che ora ha una relazione con Beatrice Arnera. Ex di Pisani.
Il comico Andrea Pisani tra i protagonisti del film Cena di classe, regia di Francesco Mandelli (foto Ansa).
Olio per Anna Falchi
Nella Capitale, nella Sala del Tempio di Vibia Sabina e Adriano della Camera di Commercio di Roma, alla cerimonia ufficiale di premiazione dei vincitori del “Premio Roma Evo”, ossia il concorso regionale per i migliori oli extravergine di oliva del Lazio, c’era Anna Falchi. Ha anche partecipato il senatore Giorgio Salvitti, consigliere del ministro all’Agricoltura, alla Sovranità alimentare e alle Foreste, Francesco Lollobrigida. C’era pure Giancarlo Righini, assessore regionale al Bilancio, programmazione economica, agricoltura e sovranità alimentare, caccia e pesca, parchi e foreste.
Dagli atti dell’indagine della Dda di Roma sulla società Le 5 Forchette (che gestiva il ristorante Bisteccheria d’Italia a Roma), di cui è stato azionista anche l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, è emerso che sono stati «trasferiti e reinvestiti» proventi delle attività illecite del clan di stampo camorristico dei Senese. I reati ipotizzati nell’inchiesta sono quelli di riciclaggio e intestazione fittizia dei beni. Un’attività illecita aggravata dal fatto di averla «commessa al fine di agevolare» i Senese. Secondo l’impianto accusatorio, infatti, a dicembre 2024 Mauro e Miriam Caroccia (quest’ultima azionista della società) avrebbero “investito” nella Srl al fine di «permettere al clan di accrescere e rafforzare la sua posizione sul territorio attraverso il controllo di attività economiche» e «di reinvestire i capitali illecitamente accumulati nel corso degli anni».
Giorgio Baglio, finora vicedirettore di ItaliaOggi con delega alla transizione digitale, è stato nominato direttore responsabile di FPS News, nuova agenzia di stampa e piattaforma media lanciata da FutureProofSociety, società creata a novembre del 2024 da Alessandro Tommasi, uno dei fondatori di Will Media. FPS News si concentrerà principalmente su quattro temi: rivoluzione tecnologica, politiche energetiche, cambiamento demografico, nuovo ordine internazionale. Tutti i contenuti confluiranno in FPS Updates, piattaforma di policy intelligence già attiva e destinata a un pubblico di abbonati.
Alessandro Tomasi (Imagoeconomica).
Tommasi nel 2022 ha venduto Will Media per più di 5 milioni di euro
Baglio, prima di approdare a ItaliaOggi, ha lavorato per diversi anni per Agi ed è anche stato già direttore e country manager di Upday, piattaforma news dell’editore tedesco Axel Springer. Tommasi, fondatore della società a cui fa capo FPS News, nel 2020 aveva creato Will Media, poi interamente rilevata a giugno del 2022 per 5,2 milioni di euro da Chora Media di Mario Calabresi, la maggiore società italiana di produzione di podcast. Nel 2024, dopo aver lanciato la «piattaforma abilitante» Nos, è stato candidato di Azione per le Europee nel collegio del Nord-ovest: non è però riuscito ad approdare a Strasburgo.
Bankitalia ha nominato due commissari nel board di Bff Bank, Raffaele Lener e Francesco Fioretto, per «coadiuvarlo nel rapido processo di risanamento del quadro operativo-contabile» e «nella gestione delle azioni rimediali nel comparto creditizio afferente al business del factoring e del sistema di controlli interni, già avviate dalla banca». Il cda e il collegio sindacale dell’istituto continuano a mantenere i pieni poteri e le proprie facoltà decisionali invariate.
Il titolo di Bff crolla in Borsa
Dopo la notizia, il titolo Bff Bank è crollato in Borsa facendo segnare una perdita di oltre il 50 per cento sui valori precedenti.
Un ragazzo di 17 anni, originario di Pescara e domiciliato in provincia di Perugia, è stato arrestato dai carabinieri con l’accusa di detenzione di materiale con finalità di terrorismo: secondo le indagini a suo carico stava progettando una strage in una scuola, ispirata a quella del 20 aprile 1999 alla Columbine High School. Cosa sappiamo.
L’Aquila: #Carabinieri#ROS arrestano minorenne trovato in possesso di manuali per fabbricazione di congegni bellici e armi, indicazioni su sostanze chimiche e batteriologiche pericolose, vademecum per sabotaggio di servizi pubblici essenziali. https://t.co/aEUPBHpGxnpic.twitter.com/Tx3Q9uR6iW
Stava lavorando alla fabbricazione di armi e ordigni chimici
L’arresto è stato effettuato nelle prime ore di lunedì 30 marzo. Il 17enne stava lavorando alla fabbricazione di armi da fuoco e di ordigni chimici e a tale scopo aveva reperito manuali contenenti istruzioni in merito. Sono stati sequestrati documenti contenenti indicazioni tecniche su sostanze chimiche e batteriologiche pericolose, ma anche vademecum dedicati al sabotaggio di servizi pubblici essenziali. Secondo quanto emerso dalle indagini, il minorenne aveva anche cercato informazioni sulla costruzione di armi in 3D e sulla preparazione del Tatp (perossido di acetone), sostanza già impiegata nelle stragi di Bruxelles e Parigi.
Era iscritto al gruppo Telegram “Werwolf Division”
L’attività investigativa ha poi rilevato contatti tra il minore e il vertice del gruppo Telegram “Werwolf Division”, di stampo neonazista e incentrato su contenuti e narrazioni legati alla supposta superiorità della “razza ariana”, così come sulla glorificazione di figure come Anders Breivik, autore degli attentati avvenuti a Oslo e Utoya nel 2011, e Brenton Tarrant, che sparò in due moschee a Christchurch nel 2019.
Il massacro della Columbine come fonte di ispirazione
Dall’analisi delle conversazioni su Telegram è emerso l’esplicito intento di compiere una strage scolastica ispirata quella della Columbine High School, seguita dal proprio suicidio. Nel massacro scolastico del 20 aprile 1999 morirono 13 studenti più i due assalitori, che si tolsero la vita.
Alcune pagine dei manuali sequestrati (Ansa/US Carabinieri).
Le perquisizioni nei confronti di altri sette minori
Nelle provincie di Perugia, Teramo, Pescara, Bologna e Arezzo sono state inoltre effettuate perquisizioni nei confronti di sette minorenni, che risultano inseriti «in un ecosistema virtuale transnazionale, composto da gruppi e canali social di matrice neonazista, accelerazionista e suprematista» e appaiono «particolarmente sensibili alla carica istigatoria del materiale ideologico condiviso e alla fascinazione per la violenza e l’estremismo».
L’accusa: detenzione di materiale con finalità di terrorismo
Tutti i minorenni sono sono indagati in relazione all’articolo 604 del codice penale, che fa riferimento a propaganda, istigazione e violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Il 17enne arrestato a Perugia, come detto, è anche accusato di detenzione di materiale con finalità di terrorismo.
Mario Adinolfi ha annunciato che si candiderà come sindaco di Prato alle elezioni comunali del 24 e 25 maggio 2026. «L’assemblea nazionale del Popolo della famiglia me lo ha chiesto e io ho accettato», ha detto in un video messaggio. «Siamo reduci da una battaglia politica difficilissima combattuta in Veneto proprio dove scorre il Piave (ndr il filmato inizia con un verso della Canzone del Piave), chiusa portando il Popolo della famiglia oltre il 5 per cento alle suppletive per la Camera dei Deputati», ha continuato. «Il 24 maggio si vota per le amministrative. 12 delle 18 principali città italiane sono governate dal Pd, di queste l’unica che va alle urne è Prato. Ci va perché il sindaco del Pd Ilaria Bugetti si è dovuta dimettere in quanto indagata in una pesantissima inchiesta della direzione distrettuale antimafia di Firenze, accusata di essere stata corrotta da un importante imprenditore massone».
«Prato città corrotta e con pulsioni mafiose, proporremo un percorso di rinascita morale»
Quindi l’annuncio: «Il Popolo della famiglia si candida a Prato per chiedere in particolare ai cattolici di uscire dalle catacombe e venire in battaglia con noi per dare con il voto l’occasione di una catarsi per una città corrotta, attraversata da pulsioni mafiose che non sono quelle solo della vicenda Bugetti ma intersecano l’intero tessuto sociale. Proporremo alla città un percorso di rinascita morale contro ogni consorteria e massoneria a partire dalle 70 parrocchie della città, con un programma preciso che illustreremo ai pratesi l’11 aprile prossimo all’Art Museum alle ore 11». E ancora: «Obiettivo politico del Popolo della famiglia è raccogliere una percentuale determinante dei voti e togliere l’amministrazione di Prato a una sinistra che dopo questo fatti deve stare ferma almeno un giro e rendere caso nazionale il più importante capoluogo toscano che va al voto. Un laboratorio politico che evidenzi (come è già accaduto in Veneto) la fine della diaspora dei cattolici e il rafforzarsi di un soggetto politico di ispirazione cristiana determinante per la costruzione di un’area di governo alternativa al Pd».
Cosa accade quando la verità del potere viene sfidata da ciò che è stato messo a tacere? Il concetto di “scena” elaborato da Alessandro Fontana nel 1972 non si limita alla semplice rappresentazione teatrale, ma si configura come una vera e propria “psicanalisi della storia italiana”. Riprendendo il motto cartesiano larvatus prodeo (“avanzo mascherato”), Fontana suggerisce che la verità storica in Italia non si manifesti mai in modo diretto, ma obbedisca a una dialettica inafferrabile che alterna il mostrare al celare attraverso l’uso di metafore. In questo quadro, l’autore distingue nettamente tra il “discorso della verità” — espressione delle istituzioni e del potere costituito — e il “discorso del vero”, ovvero quell’insieme di contenuti minacciosi ed esclusi che riescono a emergere solo attraverso forme illusorie, satiriche o oniriche. Questa “scena” non è dunque una semplice finzione, ma lo spazio in cui il rimosso storico emerge sotto forma di maschera, sogno o immagine. L’aneddoto del monaco napoletano che indica il crocifisso gridando «questo è il vero Pulcinella» diventa l’esempio epifanico di questa teoria: la narrazione religiosa ha trasformato la violenza fisiologica della morte in un simbolo rassicurante, delegando la sofferenza al Cristo spettacolizzato e trasformando la collettività in spettatrice passiva. La maschera di Pulcinella incarna così l’angoscia del “non dicibile” storico, creando quel senso di “perturbante” che nasce dall’accostamento tra il sacro e il grottesco.
Pasolini e il Mito: Smascherare il Presente
L’integrazione dell’opera di Pier Paolo Pasolini in questa cronologia scenica permette di leggere il ricorso al mito non come un esercizio estetizzante, ma come un paradigma per decifrare la realtà contemporanea. Per Pasolini, la messa in scena del mito greco — dal cinema di Medea e Edipo Re al teatro di Pilade e Affabulazione — funge da strumento per denunciare la “profonda mutazione antropologica” dell’Italia tra gli anni ’60 e ’70. Attraverso figure simboliche come Atena, dea della Ragione, lo scrittore inchioda l’ideologia del nuovo potere capitalista e l’edonismo consumistico che portano all’oblio del passato. In definitiva, la ricerca evidenzia come sia proprio la realtà tragica della società a dare valore al mito, trasformandolo nell’unico linguaggio capace di narrare l’orrore di una società desacralizzata. Questa lettura si approfondisce se si considera Pasolini come un pensatore biopolitico ante litteram, in dialogo ideale con Michel Foucault e con lo stesso Fontana, suo collaboratore e traduttore negli anni Settanta. Se per Foucault il potere è un “campo aperto di azioni su possibili azioni”, capace di orientare e modellare i comportamenti, Pasolini ne coglie precocemente la declinazione consumistica: il nuovo capitalismo non produce soltanto merci, ma una “nuova umanità”, trasformando antropologicamente corpi, desideri e linguaggi. Opere come Affabulazione e Pilade mettono in scena questa mutazione, mostrando come il potere penetri nelle radici pulsionali dell’esistenza, dissolva la memoria storica e trasformi la tolleranza in strumento di assoggettamento. La “scena” pasoliniana non è dunque semplice finzione, ma spazio opaco e perturbante in cui la verità emerge come esperienza destabilizzante, costringendo lo spettatore a confrontarsi con le contraddizioni profonde della modernità. In una società desacralizzata, il mito resta l’unico strumento capace di raccontare la “tragica condizione” dell’Italia, dando voce a quella forza del passato che è l’unica dimensione della vita che realmente conosciamo e amiamo, contrapponendola all’oblio imposto dalla crescita continua del capitale.
Il corpo sacrificato: l’esempio di Stracci tra maschera e rivelazione
Nel cortometraggio La ricotta di Pier Paolo Pasolini, la figura di Stracci si impone come corpo-simbolo in cui il sottoproletariato si trasfigura in icona cristologica. La sua morte per indigestione sulla croce mentre interpreta il Cristo non è soltanto una provocazione narrativa, ma una potente allegoria politica: la fame diventa verità materiale che smaschera il vuoto morale del potere borghese. In questa prospettiva, il parallelo con il Pulcinella analizzato da Alessandro Fontana illumina la “verità della maschera”: come la maschera partenopea, anche Stracci porta inscritta nel volto e nel corpo un’angoscia irriducibile che può manifestarsi solo attraverso l’ambiguità del simbolo. La lezione figurativa di Roberto Longhi, maestro di Pasolini, rafforza questa costruzione visiva: l’immagine della croce si fa dispositivo conoscitivo, saldando pittura e cinema in un’unica indagine sulla realtà contemporanea. Stracci diventa così il Cristo del presente, sacrificato non da un potere teologico ma dalla violenza silenziosa del consumismo.
In un mondo che ci chiede di essere costantemente trasparenti, la storia del pensiero ci ricorda che la verità, per sopravvivere, ha spesso bisogno di una maschera. È la lezione di René Descartes, che scelse di “avanzare mascherato” (larvatus prodeo) rinunciando a pubblicare le sue verità più radicali per non soccombere alle istituzioni del suo tempo. Una strategia che lo storico Alessandro Fontana ha trasformato in una categoria interpretativa universale: la “scena”. Questa eredità intellettuale trova in Pier Paolo Pasolini il suo interprete più tragico e attuale. Attraverso il recupero del mito e la sua cultura figurativa, Pasolini ha trasformato il cinema e il teatro in una “scena” moderna capace di smascherare i falsi miti del consumismo. Come il Cartesio di Fontana, Pasolini usa la finzione scenica per costringerci a tastare una realtà altrimenti indicibile. Oggi, tra le pieghe di una società che confonde il consenso con la libertà, queste voci ci suggeriscono che l’arte e il mito restano gli unici strumenti per dare un nome al “perturbante” che agita il nostro presente. La verità autentica, in fondo, continua a parlare la lingua della maschera: l’unico spazio in cui, paradossalmente, la realtà si esprime in tutta la sua enigmatica interezza.
Dopo la batosta del referendum Giorgia Meloni spinge per il voto anticipato, ma i due vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini sono contrari. E non solo loro: a fare muro è anche Guido Crosetto. Durante un’intervista a Repubblica incentrata sulla sconfitta del Sì, a una domanda in merito il ministro della Difesa ha infatti risposto: «Se non ci fosse una situazione internazionale così drammatica penso saremmo andati tutti volentieri al voto per vedere se davvero gli italiani vorrebbero affidarsi ad altri».
Giorgia Meloni e Guido Crosetto (Imagoeconomica).
Crosetto: «Il voto anticipato spaventa più il campo largo che noi»
Crosetto ha poi aggiunto, sempre a proposito di un ritorno alle urne prima della fine della legislatura: «Il voto anticipato penso spaventi più il campo largo che il centrodestra, visto come si stanno muovendo e viste le differenze totali tra di loro, ma in questo momento il senso di responsabilità ci impone di lavorare per affrontare le varie crisi in atto».
Guido Crosetto (Imagoeconomica).
L’analisi della sconfitta del Sì da parte del ministro della Difesa
Il cofondatore di Fratelli d’Italia ha inoltre escluso che alla vittoria del No abbia contributo il feeling tra Meloni e Donald Trump: «Questa storia, usata per delegittimare il governo, non so se sia più ridicola o più pretestuosa al limite dell’offesa». Piuttosto, ha evidenziato, la sconfitta della maggioranza nasce dal fatto che «il nostro è un Paese che si unisce più facilmente dietro ai No». Pur sottolineando che l’esito del referendum «deve far riflettere», il ministro della Difesa ha infine aggiunto che «il fronte del No ha unito tante cose diverse, tra loro spesso incompatibili o, addirittura, antitetiche».
Lancia un attacco frontale il giovane rappresentante di Fratelli d’Italia Roccadaspide. Alessio Mazzaro (nella foto), il portavoce del partito, è tra i più attivi della politica locale, pur non ricoprendo ruoli ufficiali o amministrativi. Per essere quanto più chiari possibile, è doveroso un passo indietro. Nel mese di gennaio si sono concretizzati ben dodici arresti per traffico illecito di rifiuti.
Tra i coinvolti, diversi rappresentanti legali di ditte che si occupano di ritiro e smaltimento della spazzatura, qualche dipendente e un uomo di Roccadaspide. Si tratta di Giuseppe Impembo, proprietario del terreno ove il materiale era sversato e tombato, nonché allevatore di capi di bestiame tenuti poco lontano dal sito, macellaio e quindi commerciante delle carni stesse. Al momento, Impembo gode di un permesso che gli consente di recarsi al lavoro nelle ore mattutine.
Ed è su quest’ultima figura che Mazzaro si concentra, in particolare sui rapporti tra il domiciliato e l’attuale vicesindaco di Roccadaspide, Girolamo Auricchio, già primo cittadino del centro dell’interno.
«Dopo quarant’anni di gestione del potere a Roccadaspide, ci si aspetterebbe che il senso delle istituzioni fosse un valore sacro – le dure parole – invece, l’immagine del nostro vicesindaco che sceglie di frequentare ostentatamente un’attività di cui il titolare è finito al centro di gravissime indagini per reati ambientali scuote nel profondo la coscienza dei cittadini e crea indignazione in tutta la comunità.
È lecito chiedersi: quale rapporto lega così saldamente queste due figure? – l’interrogativo – in un momento in cui la città intera attende risposte su una terra ferita dall’interramento di rifiuti, tale vicinanza appare quantomeno inopportuna. Non si tratterebbe di un semplice rapporto “cliente-venditore”, ma di un legame che sembrerebbe sfidare il decoro e la dignità del ruolo pubblico ricoperto. Perché questa necessità di presenziare assiduamente negli stessi luoghi di chi deve rendere conto alla giustizia di accuse pesanti?
Un amministratore dovrebbe essere il primo baluardo della legalità, non colui che, con la sua presenza, parrebbe quasi voler “normalizzare” o legittimare certe situazioni che sono al vaglio delle autorità competenti».
Secondo Alessio Mazzaro, dopo settimane di silenzio assordante, verrebbe da dire “tombale”, è il momento delle risposte: «La cittadinanza merita chiarezza. I rapporti personali di chi decide il destino di Roccadaspide non possono restare un’ombra nel privato quando si intrecciano con il bene pubblico. Il silenzio e la frequentazione, in politica, valgono più di mille parole.
C’è una dignità istituzionale da difendere e tante risposte da dare sulle ripercussioni che portano alla salute pubblica fatti così gravi – conclude – chi non lo comprende non solo dovrà dar conto a tutta la comunità dei suoi comportamenti, ma soprattutto conferma di non essere all’altezza del ruolo che ricopre». Mazzaro si concentra sulla frequente presenza del già primo cittadino presso tale rivendita, presenza che potrebbe andare oltre il normale rapporto di fiducia tra commerciante e cliente. Si attende, adesso, la replica.
La Spagna ha deciso di chiudere il suo spazio aereo ai voli dei mezzi che partecipano alla guerra in Iran. Lo riporta El País, spiegando che il divieto riguarda non solo i velivoli direttamente impegnati nei bombardamenti, ma anche quelli di supporto, come aerei cisterna per il rifornimento in volo. Il provvedimento coinvolge non solo i decolli dal territorio nazionale, ma anche il sorvolo di aerei militari provenienti da basi nel Regno Unito o in Francia.
Convocata a Madrid l’incaricata di affari in Israele
La Spagna ha inoltre convocato a Madrid l’incaricato di affari di Israele (il più alto grado della rappresentanza diplomatica attualmente presente nel Paese, dopo il ritiro dell’ambasciatore) per protestare contro il divieto di accesso al Santo Sepolcro al cardinale Pierbattista Pizzaballa. «Questa mattina abbiamo convocato l’incaricato di affari di Israele al ministero degli Esteri per trasmettergli la nostra protesta e chiarire che non può accadere di nuovo», ha annunciato il ministro degli Esteri José Manuel Albares.
«Sono stati anni durissimi per chi lavora nella sanità pubblica, anni in cui si è chiesto di fare di più con meno. Ebbene, ce l’hanno fatta. E questo merita riconoscimento esplicito». A commentare così l’uscita della Campania dal piano di rientro è Antonio Capezzuto, Segretario Generale Fp Cgil Salerno.
La Regione Campania esce dal Piano di Rientro. È indubbiamente un risultato storico. Come lo legge dal punto di vista sindacale, e cosa significa concretamente per i lavoratori della sanità salernitana?
«È una buona notizia, e sarebbe sbagliato non riconoscere il valoroso lavoro di rigore svolto dalla precedente Giunta della Regione Campania e il risultato raggiunto dall’attuale Presidente Roberto Fico. Ma è una notizia che va letta fino in fondo, senza fermarsi alla soddisfazione del momento. Questo risultato è stato costruito su due pilastri: il rigore gestionale della Regione Campania e, soprattutto, il sacrificio generoso degli operatori sanitari campani, che hanno garantito i Livelli Essenziali di Assistenza in condizioni di grave carenza di personale. Sono stati anni durissimi per chi lavora nella sanità pubblica, anni in cui si è chiesto di fare di più con meno. Ebbene, ce l’hanno fatta. E questo merita riconoscimento esplicito. Detto questo, l’uscita dal Piano di Rientro non può essere il punto di arrivo: deve essere il punto di partenza per una stagione radicalmente diversa».
I numeri però raccontano anche un’altra storia: oltre 3.000 posti letto in meno rispetto alla media nazionale e più di 11.000 operatori sanitari da assumere. Dopo anni di rigore, è arrivato il momento di investire?
«I numeri non lasciano spazio a interpretazioni. Oltre 3.000 posti letto in meno rispetto alla media nazionale e più di 11.000 operatori sanitari da assumere: sono cifre che descrivono un sistema che ha retto, ma che non può reggere ancora a lungo senza un intervento strutturale. È il momento di aprire una stagione di grandi assunzioni per rilanciare la rete ospedaliera, a partire dai presidi periferici, ampliando l’offerta sanitaria sul territorio e riaprendo i pronto soccorso nelle aree strategiche. Il rigore era necessario per risanare i conti. Ma il rigore applicato agli organici sanitari non è più una virtù: è diventato un rischio per la salute dei cittadini. La Regione, il Presidente Fico, le direzioni strategiche delle aziende sanitarie devono prendere atto che la fase del contenimento è finita e che ora serve coraggio per investire».
Le Case di Comunità stanno aprendo in provincia di Salerno. FP CGIL le sostiene convintamente, ma ha sollevato critiche durissime sul metodo. Cosa sta succedendo concretamente e cosa chiedete all’ASL?
«Diciamolo chiaramente: le Case di Comunità sono una risposta concreta a un bisogno reale che il territorio salernitano esprime da tempo. Una medicina territoriale più forte significa meno cittadini costretti a rivolgersi al Pronto Soccorso per problemi che potrebbero essere gestiti vicino a casa, percorsi di cura più appropriati, ospedali meno congestionati. È una riforma che va nella direzione giusta e che sosteniamo convintamente. Proprio per questo non possiamo tacere su come si sta procedendo. Con le manifestazioni di interesse del 16 e del 24 marzo scorsi, riservate a infermieri, operatori sociosanitari, fisioterapisti, assistenti sociali e personale amministrativo, l’ASL ha di fatto avviato un processo di rideterminazione del personale già in servizio. Tutto questo è avvenuto senza alcun confronto sindacale, in spregio al CCNL e al Regolamento sulla mobilità intra-aziendale che la stessa ASL aveva proposto e sottoscritto. Le Case di Comunità hanno bisogno di personale proprio, dedicato e stabilmente assegnato attraverso nuovo reclutamento. Il momento per costruire una programmazione seria è adesso, prima che le criticità diventino strutturali e difficili da correggere. Ci auguriamo che questo avvenga affinché le scelte dell’ASL non impattino negativamente sul percorso che la Regione Campania sta seguendo per accelerare l’avvio delle nuove Case di Comunità».
Sul fronte dei lavoratori precari dell’ASL Salerno avete proclamato lo stato di agitazione, fatto assemblee partecipate e sollevato una vertenza importante. Dove siete adesso e cosa resta ancora irrisolto?
«La vertenza principale, quella da cui è partita la nostra mobilitazione e che ha portato alla proclamazione dello stato di agitazione, riguarda i lavoratori assunti ai sensi dell’art. 15 octies del D.Lgs. 502/92 — OSS, fisioterapisti, assistenti sociali, amministrativi e altre figure sanitarie — il cui contratto è in scadenza e che rischiano di ritrovarsi senza una prospettiva certa. Sono professionisti che da anni garantiscono servizi essenziali sul territorio, che conoscono i bisogni delle comunità in cui operano e che hanno diritto a risposte concrete sul loro futuro. Per loro chiediamo con forza l’avvio immediato dei percorsi di stabilizzazione già delineati dalla Regione Campania. È necessario aprire una discussione seria con l’ASL sul fabbisogno reale di personale, che parta dalla valorizzazione di chi già oggi garantisce le attività assistenziali, per poi proseguire con ulteriori assunzioni attraverso le graduatorie esistenti e i nuovi concorsi. In questo quadro, a fine settimana è arrivata una notizia positiva: i lavoratori con contratto a tempo determinato diretto con l’ASL (non art. 15 octies) hanno visto i propri contratti prorogati fino a fine anno. Anche per loro, al raggiungimento dei requisiti di legge, chiediamo la stabilizzazione».
Al Ruggi d’Aragona si è dimesso il Direttore Generale. Avete chiesto una nuova guida capace di cambiare passo. Quali sono le priorità che ponete alla Regione per il rilancio dell’azienda ospedaliera?
«È necessario che la Regione Campania individui al più presto il nuovo Direttore Generale e nomini una nuova direzione strategica capace di assumere decisioni chiare e responsabili, mettendo al centro la salvaguardia dei percorsi assistenziali, la tutela degli operatori sanitari e la ricostruzione di un rapporto di fiducia con i cittadini. Va detto che in questa fase di transizione esiste un ottimo dialogo con il Direttore Generale facente funzioni, che ha saputo aprire un confronto serio e costruttivo con la nostra organizzazione sindacale. È un segnale positivo, che tuttavia non può far perdere di vista la necessità di affrontare con urgenza i grandi problemi strutturali dell’Azienda: a partire dal sovraffollamento del Pronto Soccorso, dalla grave carenza di personale medico e dalla necessità di prestare particolare attenzione ai presidi periferici, che rischiano di essere i più penalizzati in assenza di scelte coraggiose e di una programmazione seria. Il Ruggi e gli ospedali aziendali dispongono di professionisti di altissimo livello, che quotidianamente garantiscono servizi essenziali nonostante criticità organizzative strutturali. Da qui occorre ripartire. Chiediamo un’azienda capace di aprire una discussione seria con l’ASL sulla gestione del sistema di emergenza-urgenza, che restituisca pari dignità a tutte le forze sociali interne e che ricostruisca un dialogo sindacale strutturale, continuo e realmente partecipato. C’è poi una questione concreta che non è più rinviabile: gli incarichi di funzione al personale del comparto, assenti da oltre vent’anni. È un segnale di rispetto e valorizzazione del lavoro che non può attendere ancora. Chiediamo alla Regione Campania di assumersi fino in fondo la responsabilità di questa fase, avviando rapidamente una nuova stagione per il Ruggi: non di ordinaria amministrazione, ma di vero rilancio del servizio sanitario pubblico nella provincia di Salerno».
Nella notte un casco blu della missione Unifil nel sud del Libano è stato colpito e ucciso da un proiettile all’interno di una postazione della Forza Onu nei pressi di Adchit Al Qusayr, dove sono in corso scontri tra Hezbollah e l’esercito di Israele. Il soldato morto era indonesiano. Un secondo casco blu è rimasto gravemente ferito. Nella zona sono impegnati anche i militari della Brigata Sassari, nessuno dei quali è stato coinvolto nell’attacco.
Avviata un’indagine per chiarire le circostanze dell’accaduto
«Siamo profondamente addolorati per questa perdita. La sicurezza dei caschi blu delle Nazioni Unite deve essere sempre rispettata in conformità al diritto internazionale. Qualsiasi attacco contro i peacekeeper è inaccettabile e compromette gli sforzi collettivi per la pace e la stabilità», ha dichiarato il ministero degli Esteri dell’Indonesia. L’Agenzia nazionale del Libano sostiene che il quartier generale dei caschi blu indonesiani nel Paese sia stato bersagliato dal fuoco d’artiglieria dell’IDF. Unifil ha precisato di non conoscere per il momento l’origine del proiettile e di avere avviato un’indagine per chiarire tutte le circostanze dell’accaduto.
Se Italo Calvino fosse stato quel giorno a Torraca, piccolo comune cilentano mandato al voto, avrebbe incontrato Americo Ormea contento di considerare la elezione come un buon segno. Lui, comunista di una vita, aveva voluto diventare un poco pessimista, e non senza ragione. Non avrebbe potuto descrivere il compito modesto ma anche necessario di scrutatore nel seggio. Perché Amerigo non avrebbe mai immaginato che a distanza dii ben 73 anni dalle elezioni note come impropriamente definite come “legge truffa” avrebbe dovuto vedere lo Stato che riconosceva falsi votanti impegnati a mandare a casa, con i voti sulle dita di una mano, l’’amministrazione comunale uscente? Possibile che c’erano stati solo tre consiglieri di minoranza uscenti a far rilevare la nomina di tale Domenico Abbadessa presidente dell’unico seggio elettorale e funzionario all’ufficio tributi del comune di Torchiara? Possibile che hanno avvertito il Prefetto di Salerno senza, però, ottenere risposta? Domenico Abbadessa diventa personaggio nazionale e finisce in una interrogazione parlamentate al ministro Piantedosi firmata dal senatore di Fratelli d’Italia Antonio Iannone . “Il presidente del seggio designato ha sempre palesato la sua faziosità – rivela Iannone – affiggendo manifesti pubblici a sua firma dove criticava apertamente l’operato dell’attuale minoranza. Getta un’ombra a sull’immagine e l’imparzialità del seggio”.
Ma la minoranza non ci sta. Scrive alla procura della Repubblica di Lagonegro dove il sostituto Pm Dario Mogavero indica e individua 32 indagati con l’accusa di falso per la storia degli elettori fantasma. Nell’elenco figurano l’attuale vice sindaco di Torraca Daniele Zicarelli, il comandante dei vigili di Sapri Antonio Abbadessa con una sfilza di parenti nell’elenco degli elettori fantasmi. A Torraca tutti passava attraverso l’ufficio Anagrafe che attestava gli elettori falsi.
L’inchiesta è aperta dall’8 giugno 2024 e il pm, noto come magistrato non solo attento ma scrupoloso, sta lavorando alle fasi finali in questa storia italiana nata e sorta in un piccolo comune cilentano, con un’aneddotica tra burlesca e pietosa avrebbe detto Americo Omera che non vedeva rappresentanti di lista dell’opposizione capaci di contestare quelli che mangiavano la scheda, quello cha a trovarsi tra le pareti della cabina con in mano quel pezzo di carta s’era creduto alla latrina e aveva fatto i suoi bisogni, tutti in coro a pronunciare il numero della lista e il nome di candidato. Torraca, avrebbe scritto Italo Calvino, “ultima città dell’imperfezione, ha la sua ora perfetta, pensò lo scrutatore, l’ora, l’attimo in cui in ogni città c’è la Città. Torraca 1.215 abitanti Città del Parco del Cilento.
Tra aprile e giugno 2026, il governo dovrà occuparsi dei rinnovi dei vertici delle partecipate, assegnando complessivamente 112 posti da consigliere distribuiti in 79 società. Gli occhi sono puntati soprattutto su Leonardo, oggi guidata da Roberto Cingolani, la cui posizione di amministratore delegato è ora meno salda rispetto a qualche tempo fa. Tra i possibili sostituti, secondo le voci che rimbalzano in ambienti politici e industriali, quello con più chance è considerato Pierroberto Folgiero, ad e dg di Fincantieri che ha appena chiuso il 2025 con un bilancio da “record” e l’utile netto “più alto di sempre”. Ma si parla anche di Alessandro Ercolani, amministratore delegato di Rheinmetall Italia. Per la presidenza, ora affidata a Stefano Pontecorvo, circolano i nomi di Elisabetta Belloni, che fino a un anno fa guidava il Dis, e Stefano Cuzzilla, ora al vertice di Trenitalia.
Da Terna a Eni ed Enel, le principali partite
Tra le partecipate di primo livello c’è anche Terna, dove potrebbe essere confermata come amministratore delegato Giuseppina Di Foggia. Anche in Eni non dovrebbe cambiare l’ad Claudio Descalzi, mentre alla presidenza potrebbe essere scelto il comandante generale della Guardia di finanza Andrea De Gennaro al posto di Giuseppe Zafarana. Stesso discorso per Enel, dove l’ad Flavio Cattaneo dovrebbe essere confermato mentre è meno stabile la posizione del presidente Paolo Scaroni. Tra i vertici da rinnovare anche quelli di Poste italiane – circola l’ipotesi di confermare l’ad Matteo Del Fante e la presidente Silvia Rovere.
Dopo Indian Wells, Jannik Sinner ha vinto anche il secondo Masters 1000 che viene disputato a marzo negli Usa, cioè il torneo di Miami: niente da fare per il ceco Jiri Lehecka, regolato in due set con un doppio 6-4. Il fuoriclasse azzurro è l’ottavo nella storia del tennis (maschile) a mettere a segno in singolare la prestigiosa doppietta statunitense, nota come “Sunshine double”. Ma nessuno prima di Sinner c’era riuscito senza perdere nemmeno un set. Ecco come cambia la classifica Atp dopo questo successo.
Jannik Sinner (Ansa).
Sinner è ora molto vicino a Alcaraz
Vincendo il Miami Open, Sinner ha conquistato punti pesanti nella corsa al primo posto del ranking Atp, avvicinando Carlos Alcaraz in testa alla classifica generale. Lo spagnolo, che nel 2025 era stato eliminato al secondo turno, quest’anno ha perso contro Sebastian Korda al terzo, mettendo in cascina solo 40 punti: ora è a quota 13.590. Sinner, invece, esattamente come a Indian Well, non aveva punti da difendere in quanto nel 2025 non aveva partecipato al torneo a causa della sospensione per il caso Clostebol: grazie alla vittoria è salito a 12.400, arrivando quindi a 1.190 punti dal numero uno.
Jannik Sinner (Ansa).
A Montecarlo può tornare numero 1
Il sorpasso di Sinner su Alcaraz sarà possibile già nel prossimo torneo di Montecarlo, inizio della stagione sulla terra rossa, che si disputerà dal 5 al 17 aprile. Nel Principato l’altoatesino avrà zero punti da difendere (nel 2025 era ancora squalificato) contro i 1.000 del rivale (che qui invece aveva vinto). I due, insomma, inizieranno il torneo con soli 190 punti di scarto, cioè la differenza tra un turno di tennis e un altro. Senza fare troppi calcoli, se Sinner vincerà il torneo monegasco torna in vetta al ranking Atp, indipendentemente dal risultato di Alcaraz, altrimenti gli basterà fare un turno in più dello spagnolo.
A mezzanotte, sai, al referendum penserò. Ovunque io sarò, punirò il No. Ormai suonano come una variante di Una carezza in un pugno i sabati sera di Giorgia Meloni.
Giorgia Meloni (Ansa).
Il deputato dell’Ars siciliana, Ismaele La Vardera, ha rivelato di aver ricevuto dalla premier un messaggio su WhatsApp a mezzanotte e venti, nella notte tra sabato e domenica. La premier gli avrebbe reinoltrato il video in cui lui criticava l’impugnazione da parte del Consiglio dei ministri della legge siciliana che stanziava 40,8 milioni di ristori per i danni del ciclone Harry, sostenendo che si trattasse di una «ritorsione nei confronti di una Regione che ha maggiormente votato no al referendum». «Che modo vergognoso di fare politica, il cambiamento…», avrebbe commentato Meloni, riferendosi al filmato dell’ex Iena La Vardera, salito alle cronache della politica nazionale nel 2017 quando si candidò a sindaco di Palermo per Lega e Fratelli d’Italia e poi si scoprì che il suo obiettivo era girare un documentario su quell’esperienza (la Lega non la prese bene e lo portò in tribunale ma il giudice gli diede ragione).
Salvini e Tajani contro le elezioni anticipate
Insomma, sarà stata anche l’ora legale, ma le serate della premier non paiono proprio serene negli ultimi tempi. Anche il giorno prima, venerdì, nella villa del Torrino, periferia sud di Roma, non si può dire regnasse armonia. Ospiti della serata i due vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini, il piatto portante della cena non era allegro: la discussione, tra un piatto e l’altro, si è concentrata sui temi ‘rimpasto sì, rimpasto no’ e ‘voto anticipato sì o voto no’. Se c’è una mancanza imputabile alla premier in questi ultimi anni è la carenza di strategia. Scegliere di accantonare la riforma del premierato e di portare avanti una battaglia non sua (ma di Forza Italia), ovvero quella sulla giustizia, non ha certamente premiato. E su questo, nella sera del Torrino, la recriminazione dei vice è stata netta: d’ora in poi, basta cannibalizzarci, ognuno deve portare avanti le sue battaglie – è stato il discorso condiviso da Salvini e Tajani -, e non tentare di intestarsi quelle degli altri. La cena a tre è servita poi per un confronto sulle ipotesi sul tavolo. Meloni voleva capire cosa pensassero i due vice della possibilità di voto anticipato o di un rimpasto. Stando a quanto apprende L43, i due osteggerebbero entrambi l’ipotesi di un ricorso alle urne, mentre sarebbero più aperti alle ipotesi di cambiamento nella squadra di governo, ma le richieste che pongono complicano anche questa seconda strada.
Matteo Salvini e Antonio Tajani (Imagoeconomica).
Giorgetti spinge per il ritorno alle urne
In particolar modo, il segretario leghista sarebbe contrarissimo al voto anticipato, auspicato da una parte di Fratelli d’Italia e dal ministro leghista Giancarlo Giorgetti. Da giorni il titolare del Mef va dicendo che ormai conviene far cadere tutto e lasciar scegliere gli elettori. Più si va avanti, più le cose peggioreranno, sottolinea, vedrete quando dovremo fare lo scostamento di bilancio per mantener fede agli impegni presi sulla spesa per la difesa. Tentiamo ora, aggiunge, se vincono gli altri, vediamo Bonelli e Fratoianni alla prova. Di diverso avviso sono il segretario e i salviniani più ortodossi, che ricordano come il Papeete del 2019 sia partito da un discorso del tutto simile a quello di Giorgetti. A dividere il titolare del Mef e gli altri eletti al Nord dalla segreteria del partito è anche la nuova legge elettorale, di cui il capo di via Bellerio sarebbe un grande tifoso, convertito dagli eletti al Sud.
Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).
Il segretario leghista vorrebbe Zaia al Mimit, ma l’ex Doge frena
Anche il capitolo rimpasto è un potenziale cahier de doléance per la maggioranza. In primo luogo perché, non appena si apre la discussione, Salvini ricorda come abbia dovuto cedere la poltrona di ministro dell’Interno per il processo Open Arms da cui però è stato assolto. Una rivendicazione che rischierebbe di aprire il vaso di Pandora della maggioranza perché darebbe il via a tutta un’altra serie di richieste da parte di FI. Non che Salvini avanzi le pretese sul Viminale per far fallire la trattativa. Il capo leghista non sarebbe affatto contrario a un ingresso in squadra, per esempio, di Luca Zaia, al Mimit al posto di Adolfo Urso che traslocherebbe al Turismo. Ma, come spesso accade, è Zaia a non condividere l’ipotesi avallata da Salvini. L’ex governatore del Veneto trova molto rischioso il fatto che la Lega si faccia carico di tutti i ministeri economici in un momento congiunturale così difficile per le guerre in corso e la fine dei fondi del Pnrr. E poi non si può trascurare l’aspetto economico: un ministro non parlamentare guadagna tra i 4.500 e i 5.000 euro al mese, a fronte di una cifra quasi doppia che Zaia percepisce come presidente del Consiglio regionale veneto restando peraltro a casa sua.
Luca Zaia (Imagoeconomica).
I ministri in bilico: oltre Urso, Schillaci e Calderone
Per la casella del Turismo lasciata libera da Daniela Santanchè resta quindi in pole un tecnico d’area come la presidente dell’Enit Alessandra Priante, o c’è l’ipotesi di promuovere il deputato di FdI Gianluca Caramanna a sottosegretario. Le deleghe al Dap e alla Penitenziaria che aveva Andrea Delmastro potrebbero essere distribuite tra il viceministro alla Giustizia Francesco Paolo Sisto e il sottosegretario Andrea Ostellari, anche se non è esclusa la nomina di un altro sottosegretario (Sara Kelany, Ciro Maschio o Carolina Varchi). Ad Annalisa Imparato, pm di Santa Maria Capua Vetere che si è spesa per il Sì, potrebbe essere affidata la direzione generale di un dipartimento di Via Arenula. Per evitare il rischio di logoramento, è uno dei ragionamenti che si fanno in ambienti di governo, potrebbe non bastare cambiare qualche casella. Nella maggioranza sono comunque ancora diffuse le voci su ministri in bilico, oltre a Urso, Orazio Schillaci ed Elvira Calderone.
Donald Trump ha detto di intravedere un possibile accordo con l’Iran, sostenendo che la guerra avviata da Stati Uniti e Israele abbia prodotto di fatto un «cambio di regime» a Teheran. Lo riferisce l’agenzia di stampa France Presse.Il presidente statunitense ha dichiarato ai giornalisti che, dopo l’eliminazione dei principali vertici della Repubblica islamica, a partire dalla guida suprema Ali Khamenei, uccisa nel primo giorno del conflitto, gli interlocutori iraniani sarebbero ora «persone diverse da quelle con cui chiunque abbia avuto a che fare in precedenza», definite da Trump «molto più ragionevoli» dei predecessori. Per questo, ha aggiunto, vede la possibilità di un’intesa «forse presto».Trump ha inoltre affermato che l’Iran sarebbe sul punto di autorizzare nei prossimi giorni il passaggio di 20 petroliere attraverso lo stretto di Hormuz, snodo strategico da cui transita normalmente circa un quinto degli idrocarburi mondiali e il cui blocco ha alimentato l’impennata dei prezzi energetici
SALERNO – L’ennesima disfatta stagionale, maturata al Viviani di Potenza, ha nuovamente minato le fragili certezze guadagnate faticosamente dalla Salernitana durante il mese di gestione Cosmi. Ieri pomeriggio il Cosenza ha concretizzato l’aggancio in classifica al terzo posto, anche se i granata conservano ancora un vantaggio minimo ma importante relativo agli scontri diretti con i silani nei quali sono in vantaggio grazie alla vittoria strappata al San Vito-Marulla ed al pareggio dell’Arechi. Stasera, invece, toccherà alla Casertana provare ad accorciare le distanze dai granata e dai silani nella sfida casalinga contro il Sorrento. Se i falchetti dovessero conquistare l’intera posta in palio salirebbero a quota 59 punti, a -1 dal duo Salernitana-Cosenza.
LA VOLATA PER IL TERZO POSTO A quattro giornate dalla fine, dunque, tutto è ancora in bilico per la conquista della terza piazza. Analizzando il cammino delle tre squadre coinvolte, la volata potrebbe durare fino agli ultimi 90’ della regular season. Nella prossima giornata, almeno sulla carta, proprio la Salernitana avrà il compito più arduo. Infatti, mentre i granata ospiteranno un Benevento ormai ad un passo dalla promozione aritmetica in serie B, il Cosenza ospiterà un Foggia in piena lotta per non retrocedere, mentre la Casertana sarà ospite della Cavese al Simonetta Lamberti. Nel turno successivo la Casertana riceverà l’Audace Cerignola, la Salernitana sarà impegnata a Trapani, sempre che oggi i siciliani non vengano esclusi dal campionato, mentre il Cosenza sarà di scena sul campo del Picerno. Nella penultima giornata la Salernitana ospiterà all’Arechi proprio l’AZ Picerno, la Casertana giocherà a Latina mentre il Cosenza riceverà il Trapani, ma anche in questo caso il verdetto atteso in giornata potrebbe cambiare lo scenario. L’ultima giornata della regular season prevederà Casertana-Giugliano, Cavese-Cosenza e Foggia-Salernitana. Un volatone che è assolutamente imprevedibile e che potrebbe ridisegnare la prossima griglia play off.
COSMI PENSA ALLA RIVOLUZIONE La Salernitana dovrà perseguire un solo obiettivo, quello di centrare quattro vittorie su quattro per avere la certezza aritmetica di arrivare al terzo posto. Per farlo mister Serse Cosmi dovrà strigliare nuovamente il gruppo come accaduto dopo il derby di Caserta ma, molto probabilmente, operare anche scelte clamorose sul piano tecnico. Elementi come Donnarumma, Capomaggio e Villa hanno ancora una volta deluso e non è da escludere la possibilità che il tecnico granata possa puntare, in questo scorcio finale della stagione, su elementi più freschi ed affamati. In vista del derby con il Benevento, Cosmi potrebbe ritrovare Berra e Golemic, reduci da una settimana complicata a causa dei rispettivi infortuni, mentre tornerà a disposizione Quirini che ha scontato il turno di squalifica. Tra i pali potrebbe fare il suo esordio stagionale Brancolini, pienamente recuperato dopo il lungo infortunio.
Una mattinata di impegno concreto e forte valore sociale quella vissuta a Salerno, dove la tutela dell’ambiente si è intrecciata con un percorso di inclusione e responsabilità condivisa. L’iniziativa, promossa da Plastic Free Onlus in collaborazione con Seconda Chance, si è svolta sulla spiaggia pubblica di via Capitolo San Matteo (angolo via Salvator Allende), con il coinvolgimento di 9 detenuti della Casa Circondariale “Antonio Caputo” di Salerno-Fuorni e 6 volontari. Nel corso dell’attività sono stati raccolti numerosi rifiuti abbandonati, tra cui 32 sacchi di plastica, 2 di indifferenziato e 1 di vetro, contribuendo a restituire decoro a un tratto di costa particolarmente frequentato. Oltre alla pulizia, la giornata ha avuto anche un’importante valenza educativa: i partecipanti hanno sensibilizzato alcuni pescatori presenti sull’importanza di prendersi cura della spiaggia e di preservarla nel tempo, rafforzando il senso di responsabilità verso il territorio. L’evento, patrocinato dal Comune di Salerno e dal Consiglio regionale della Campania, è il risultato di una sinergia sempre più strutturata tra Plastic Free e Seconda Chance, che unisce tutela ambientale e percorsi di reinserimento sociale, offrendo ai detenuti opportunità concrete di partecipazione e riscatto. A rendere ancora più significativa la giornata è stata la presenza delle famiglie dei detenuti, che hanno raggiunto il gruppo al termine dell’attività, condividendo un momento di convivialità reso possibile grazie al supporto della pizzeria Trianon e del bar Max, che hanno offerto pizze, contorni e ospitalità. Un’esperienza che dimostra come, attraverso azioni semplici ma concrete, sia possibile costruire legami, generare consapevolezza e dare valore al cambiamento, mettendo al centro non solo l’ambiente ma anche le persone. Foto Guglielmo Gambardella
“Accolgo con grande favore e convinzione le parole del sindaco Pasquale Aliberti e il percorso politico che ha deciso di avviare a Scafati. La ricostruzione del centrodestra, dopo anni complessi, non è solo un obiettivo locale ma una scelta di grande responsabilità politica”. Lo dichiara il deputato di Forza Italia Pino Bicchielli, presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul rischio idrogeologico e sismico dopo l’annuncio del sindaco di Scafati circa le nuove adesioni in Fratelli d’Italia che vanno ad incrementare la sua maggioranza. “Gli ingressi in Fratelli d’Italia e l’apertura a un progetto inclusivo, che valorizza anche le esperienze civiche, dimostrano una visione matura e lungimirante. Aliberti sta interpretando nel modo migliore ciò di cui oggi i territori hanno bisogno: unità, radicamento e capacità di costruire una proposta credibile e rappresentativa. Il valore dell’unità non è uno slogan, ma è ciò che consente al centrodestra di essere forte e di governare bene, come sta accadendo a livello nazionale. Ed è proprio questo modello che può e deve essere replicato anche nei territori. Sono certo che Scafati possa diventare un esempio concreto di questo percorso, abbassando le tensioni e riportando il confronto politico su un piano serio, fatto di proposte e responsabilità”, ha aggiunto il deputato salernitano. “Non va, inoltre, dimenticato che, alle ultime elezioni provinciali, Pasquale Aliberti è stato il candidato consigliere del centrodestra più votato: un dato politico significativo, che conferma il suo radicamento e la fiducia che amministratori e territorio ripongono nella sua leadership. Per queste ragioni, credo che Pasquale Aliberti rappresenti oggi una delle figure più autorevoli e capaci del nostro territorio. La sua esperienza e la sua capacità di unire lo rendono, a mio avviso, il profilo giusto per rappresentare l’intero centrodestra anche nelle prossime elezioni provinciali per la Presidenza della Provincia di Salerno”, ha detto ancora Bicchielli.
Questa campagna elettorale è partita proprio male, con il piede sbagliato: con troppe promesse e con tanti progetti irrealizzabili. Ai nostri concittadini non si può continuare a raccontare frottole, è immorale ! Si ha il dovere di raccontare semplicemente la verità, e cioè che la situazione in cui versano le casse comunali, così malridotte, non consentono di costruire finanche una rotatoria !
Se non si è in grado di provvedere ad una necessaria ed utilissima scala mobile tra Via Irno e le strade sovrastanti, o all’indispensabile ed urgente trasferimento della Caserma dei Vigili Urbani in una struttura più dignitosa, figuriamoci se nell’attuale situazione finanziaria è possibile realizzare “viali monumentali” e ricorrere ad “espropri costosi”, così come irresponsabilmente si va promettendo.
E’ bello sognare e far sognare presentando rendering con progetti interessanti a rappresentare la riqualificazione di un’area e di un quartiere, ma è scorretto non aggiungere che tutto questo sarà possibile solo dopo aver risanato le casse comunali. E’ più che opportuno invece ricorrere al linguaggio della verità, per evitare che gli inganni e le delusioni accrescano la frattura tra i politici ed i cittadini.
Si possono amare i visionari capaci di immaginare il futuro, e di intravederlo con idee innovative, ma certamente non si possono amare coloro che descrivono piani utopistici e progetti irrealizzabili. In quel caso non si tratta di visionari, ma di millantatori.
Del resto i Salernitani hanno ormai le tasche piene della solita solfa e sono stufi perché, a dispetto di uno storytelling sempre meno credibile, la realtà sotto i loro occhi presenta una città sbriciolata ed insicura.
Strade dissestate, viali sporchi, scuole in cattivo stato, fenomeni crescenti di microcriminalità. Una città privata dei giovani che, fuggiti via in cerca di lavoro, l’hanno resa grigia e vecchia, senza strutture sportive e con una sanità ridotta in condizioni a dir poco pietose. Se in dieci anni si perdono 11mila cittadini, si è destinati al declino sociale ed economico !
A ridurla in questo stato sono stati gli amministratori che hanno tutti un nome e un cognome. Sono gli stessi che con molta faccia tosta si presentano come i salvatori ! Sono quelli che avrebbero dovuto fare e che invece nulla hanno fatto per evitare il degrado.
Salerno ora ha bisogno di facce nuove, di idee innovative, di una amministrazione trasparente, di giovani capaci di interpretare il presente e immaginare il futuro. A Salerno non servono i cantastorie, o un novello “Fonz ‘a patan” oppure simpatici personaggi folcloristici alla Sabino Rinaldi, che sopravvivono, tramandati, ancora nei ricordi di tantissimi nostri concittadini. Né serve chi, in dispregio delle regole democratiche, calpestando le Istituzioni e sfregiando la democrazia, provoca lo scioglimento del Consiglio Comunale.
Soprattutto non servono, a Salerno, minestre riscaldate che lo chef, sempre lo stesso, vuole oggi camuffare come prelibato piatto gourmet. Nel contempo non servono i falsi liberatori, che ottengono mano libera dalla Schlein al prezzo di rendere opaca l’immagine del partito di cui è Segretaria…..e se dovesse partecipare alle primarie ce ne ricorderemo.
Oggi l’alternativa esiste ! E’ davvero giunto il momento di voltare pagina e cogliere il vento nuovo che soffia.
Nocera Inferiore. Istruttoria chiusa ma ancora slitta la requisitoria della procura e quindi anche la sentenza di primo grado sul crac dell’Ipervigile. Si torna in aula a ottobre dopo il rinvio delle discussioni di pubblica accusa, difese e parte civili. Proprio i 200 ex dipendenti hanno deciso di scrivere al Consiglio superiore della magistratura e alla Direzione investigativa antimafia il perché dei ritardi. Attendono da 12 anni un responso ma devono ancora pazientare perché il rinvio è stato disposto tra circa sette mesi. Attendono il pagamento delle spettanze che dovrebbe arrivare al termine del processo. Il riparto, hanno scritto al Csm e Dia “è già stato redatto dai curatori fallimentari”. I lavoratori temono, oltre il danno della perdita del posto di lavoro, anche la beffa del mancato risarcimento. I rappresentanti dei lavoratori hanno chiesto e ottenuto un confronto con il presidente del Tribunale nocerino ma poi hanno deciso di rivolgersi al Csm sperando in un intervento del vertice della magistratura. Da ricordare che molti reati sono andati prescritti, resta in piedi la bancarotta documentale e fraudolenta per il crac milionario dell’Ipervigile e della Bsk. Imputati principali l’ex titolare il 66enne Fernando De Santis con la moglie e una dipendente. Molte posizioni con il passare del tempo sono state stralciate. Nell’indagine dei finanzieri coordinati dalla Procura nocerina erano finite diverse società tra cui proprio la Ipervigile Srl e la Bsk Service che raggruppava altre aziende satellite. Nelle aule di tribunale a Nocera Inferiore sono sempre presenti le parti in causa, costituitisi nel processo, con i rappresentanti dei lavoratori e i sindacati che hanno sostenuto gli ex dipendenti che attendono il denaro. I soli coniugi De Santis erano finiti a processo anche per la bancarotta o reati finanziari relativi alla Bsk Service mentre sono stati prescritti altri reati contestati come violenza privata nei confronti di tre dipendenti inducendoli ad assumere ed a mantenere contro la loro volontà cariche societarie in un’altra società e per aver truffato l’Inps intascando circa 58mila euro per l’assunzione di una ventina di dipendenti da un’altra azienda del gruppo che, secondo la pubblica accusa, sarebbero stati messi pretestuosamente in mobilità. Ora si torna in aula.
Ogni corsa ha un traguardo, ma non sempre è quello che avevi immaginato. A volte arrivi a un passo dalla vittoria, vedi il rettilineo finale, ma qualcosa cambia all’ultimo giro. La Feldi Eboli si ferma sul più bello, cedendo in finale contro la Meta Catania per 5-2 al termine di una battaglia intensa, combattuta fino all’ultimo metro. Feldinho aveva percorso tutta la pista con coraggio, superando ostacoli e avversari, arrivando fino al livello finale con la voglia di difendere il titolo. Ma in queste gare basta un dettaglio, una curva presa con un attimo di ritardo, per vedere sfumare tutto. Resta il cammino, resta la corsa, resta la consapevolezza di essere arrivati ancora una volta tra i migliori. Il traguardo, stavolta, sorride agli altri. Ma la gara delle volpi non finisce qui.
GARA – La partenza è immediata, quasi bruciante. Dopo appena 10 secondi è Gui a testare i riflessi di Timm, ma il primo sorpasso è della Meta. Lancio lungo proprio del portiere siciliano a cercare Pulvirenti, Dalcin esce con i pugni per anticiparlo ma, nel contatto, la traiettoria diventa beffarda e il pallone termina in rete. La Feldi ha bisogno di qualche curva per ritrovare stabilità, ma poi rimette il motore in moto. Nel momento più complicato arriva però il boost giusto: Felipinho accende il turbo e con un rasoterra preciso firma l’1-1. Le volpi tornano in scia, la gara si accende e il ritmo diventa altissimo. A quattro minuti dall’intervallo, però, arriva un nuovo sorpasso: Musumeci punta l’uomo, si accentra e scarica un tiro potente che vale il 2-1. Echavarria prova a rispondere immediatamente, ma Timm chiude la porta.
In apertura di ripresa la Meta accelera e trova il terzo gol, ancora con Musumeci, che finalizza uno schema su calcio piazzato. La Feldi non esce dalla gara, anzi reagisce subito: Braga devia un tiro di Felipinho e riporta le volpi a contatto sul 3-2. Sembra il momento giusto per tentare il controsorpasso, ma la pista si fa improvvisamente scivolosa. La Meta approfitta di un errore in uscita e con Albertico ristabilisce subito le distanze, firmando il 4-2 a porta vuota. È un colpo che spezza il ritmo delle volpi e a 7 minuti dal termine arriva la rete che indirizza definitivamente la corsa: Poddafirma il 5-2, mettendo tra sé e le volpi un margine difficile da colmare. Gli ultimi minuti diventano una salita ancora più ripida: Mateus viene espulso, la Feldi supera il limite dei falli e concede un tiro libero alla Meta. Dal dischetto Turmena colpisce il palo, ma ormai il traguardo è già segnato.
ESSERE FELDI EBOLI – La bandiera a scacchi sventola per la Meta Catania. La Feldi Eboli si ferma all’ultimo livello, dopo una corsa lunga, intensa e combattuta fino all’ultimo metro. Resta il percorso, resta la consapevolezza di aver lottato ancora una volta tra le migliori. Il traguardo, stavolta, è degli altri, ma il motore delle volpi è ancora acceso. E allora, prima di spegnere i riflettori su questa gara, è giusto fermarsi un attimo e guardare il viaggio. Perché questa squadra ha corso fino in fondo, senza mai tirarsi indietro. Ha affrontato ogni curva con coraggio, ogni ostacolo con determinazione, ogni avversario con rispetto e personalità. Ha saputo rialzarsi, reagire, restare in partita anche quando la pista sembrava sfuggire via.
Poi c’è un’immagine, più di tutte, che racconta cosa significa essere Feldi Eboli.Il sorriso encomiabile del Presidente Gaetano Di Domenico al momento della premiazione, nonostante tutto, è forse il mio miglior messaggio della serata per questo sport. La squadra che resta sul parquet ad applaudire i vincitori. Un gesto semplice, ma pieno di valore. Perché saper perdere, con dignità e rispetto, è il segno delle grandi squadre.
A questi ragazzi va solo un grande grazie. Per l’impegno, per il cuore, per aver portato ancora una volta questi colori fino all’ultimo giro. Per aver fatto vivere emozioni vere, di quelle che restano. Le gare si possono vincere o perdere, le corse finiscono, ma lo spirito con cui si affrontano è ciò che fa la differenza.
In aprile tornano The Boys per la stagione finale ed esordiscono Star Wars Maul e The Testaments. In sala Resurrection e The Long Walk.
Un aprile che si prospetta molto interessante, in tv come al cinema. In sala due film notevoli in modo diverso: Resurrection, pellicola cinese presentata l'anno scorso a Cannes con altissimo score nelle recensioni della critica, e The Long Walk, tratto da Stephen King, con Mark Hamill nella parte dello spietato “cattivo”. Lo streaming offre la quinta e ultima stagione di The Boys e la prima di The Testaments, ambientata nello stesso mondo di Handmaid's Tale, da guardare finché rimane una serie di fantascienza. Arriva anche la serie animata Star Wars su Darth Maul.
Star... - Leggi l'articolo
Il film, che porta i dinosauri nella suburbia statunitense, è prodotto dalla sua Bad Robot
The End of Oak Street, il misterioso nuovo progetto prodotto da J.J. Abrams attraverso la sua Bad Robot, inizia a svelarsi nel primo trailer. Conosciuto precedentemente con il titolo Flowervale Street, il film è entrato in lavorazione nel 2023 e si avvale di protagonisti stellari come Anne Hathaway (Interstellar) e Ewan McGregor (Obi-Wan) che insieme a Maisy Stella (Nashville) e Christian Convery (Sweet Tooth) si troveranno a condividere il quartiere con… dei dinosauri.
Guarda il video: La Fine di Oak Street | Teaser Trailer Ufficiale
Scritto e diretto da David Robert... - Leggi l'articolo
CINEMA - Cinema - 30 marzo 2026 - articolo di Angela Bernardoni
C’è un filo che unisce la crisi di una piccola multiutility ligure nei primi Anni 2000 alle acrobazie finanziarie di una società di energie rinnovabili quotata all’AIM di Borsa Italiana, a Mps. Quel filo ha un nome: Pierluigi Tortora.
Il caso Acam, i derivati e la crisi del 2008
Derivati, sindaci e azioni di responsabilità: Acam era la società partecipata dal Comune di La Spezia che gestiva i servizi pubblici locali per i comuni della provincia: acqua, gas, rifiuti, insomma una multiutility. Tortora ne era l’amministratore delegato. Nel marzo 2008, in piena euforia finanziaria pre-crisi subprime, la società sottoscrisse contratti derivati che, come è facile intuire, non sono proprio il core business per una società di servizi pubblici locali. Quando i mercati crollarono all’indomani del fallimento di Lehman Brothers, quei contratti si dimostrarono rovinosi e Acam si trovò esposta a perdite difficilmente recuperabili, con un bilancio sostanzialmente avviato verso il dissesto. La reazione dei Sindaci della società non tardò. E nell’aprile 2010, l’assemblea dei soci deliberò la denuncia nei confronti dell’ormai ex amministratore delegato, avviando un’azione di responsabilità proprio per la vicenda dei contratti derivati. L’assessore alla Riorganizzazione delle società partecipate Davide Natale e il sindaco di La Spezia Massimo Federici riferirono in commissione consiliare della volontà di verificare anche gli altri anni della gestione Tortora, affidando l’incarico a tre professionisti esterni con il mandato di esaminare bilanci e atti gestionali alla ricerca di ulteriori responsabilità. Il consigliere comunale Giacomo Gatti, nel gennaio 2011, presentò una formale interrogazione chiedendo aggiornamenti: quando fosse stato presentato l’atto di citazione nei confronti di Tortora per la vicenda dei derivati, quante udienze si fossero tenute, e quando i tre professionisti incaricati di verificare i bilanci degli anni passati avrebbero consegnato i loro risultati. La domanda sottintendeva un’insoddisfazione: i tempi si allungavano, le risposte scarseggiavano e intanto, come detto, il denaro della gestione Tortora appariva difficilmente recuperabile. Nel frattempo furono avviate diverse azioni di responsabilità, anche da Iren che ha poi acquisito alcune attività di Acam, conclusesi nel 2023 senza il riconoscimento dei danni richiesti a Tortora.
Pierluigi Tortora nel 2008 (Imagoeconomica).
Il ritorno nelle rinnovabili con PLT Energia
Crescita, debiti e leva finanziaria chiusa (o congelata) la stagione ligure, Tortora è riemerso nel settore delle energie rinnovabili. Fonda a Cesena PLT Energia, holding di partecipazioni attiva nello sviluppo e nella gestione di impianti eolici, fotovoltaici e a biomasse, e nel 2014 arriva a quotarla sull’AIM di Borsa Italiana. L’83,6 per cento del capitale sociale risultava intestato alla Sired, fiduciaria del gruppo Intesa Sanpaolo. Il modello di business era ambizioso: decine di impianti distribuiti tra Basilicata, Calabria e Puglia, ricavi cresciuti grazie agli incentivi pubblici, e una capacità installata che nel 2017 superava i 200 megawatt. Ma era la struttura finanziaria a destare perplessità. A fine 2017 l’indebitamento finanziario netto consolidato raggiunse 226 milioni di euro contro un patrimonio netto di circa 42 milioni: i debiti erano pari a circa cinque volte i mezzi propri.
La nuova holding PLT Wind
Nel 2018 arrivò l’operazione che peggiorò ulteriormente la situazione. PLT Energia costituì una nuova holding, PLT Wind, cui conferì nove impianti eolici da 110,6 megawatt, e la finanziò con uno strumento ibrido da 162 milioni strutturato da UniCredit: un project bond da 60 milioni a 15 anni e un prestito bancario da 102 milioni. Entrambe le operazioni erano classificate come senior secured, riservate cioè a soggetti il cui merito di credito è considerato non investment grade, ovvero rischioso. I numeri di PLT Wind erano eloquenti. La posizione finanziaria netta della società era negativa per 160 milioni a fronte di un patrimonio netto di 24 milioni: per ogni euro di capitale proprio, la società aveva contratto 6,6 euro di debito. Nel novembre 2021 la holding sottoscrisse sempre con UniCredit, la Bei e Cdp un contratto di finanziamento per 92,3 milioni per la realizzazione di progetti eolici per una capacità pari a 95 MW. A rendere il quadro ancora più colorito, PLT Energia era anche lo sponsor principale del Cesena Calcio tramite la controllata PLT Puregreen, e aveva ricevuto in passato finanziamenti dalla ex Cassa di Risparmio di Cesena. Calcio, incentivi pubblici e debiti a leva: un combinato disposto, del resto simile a quello sperimentato a Siena prima della grande crisi, che non mancò di suscitare commenti critici nell’ambiente finanziario locale. Una storia di rapporti e intrecci finanziari che fa riflettere.
La vicenda di Tortora attraversa due stagioni diverse della finanza italiana. Quella dei derivati nei bilanci delle società partecipate pubbliche degli anni 2000, e quella della finanza di progetto applicata alle rinnovabili nel decennio successivo. Comun denominatore la capacità di attrarre risorse, accedere a strumenti finanziari complessi e gestire asset pubblici, para-pubblici o comunque collegati a concessioni e finanziamenti pubblici, in condizioni di indebitamento strutturalmente elevato. Che dalla Acam di La Spezia alla PLT Wind di Cesena il protagonista sia lo stesso uomo merita più di una riflessione. Non tanto per stabilirne responsabilità, su cui peraltro la magistratura ha fatto il suo corso, quanto per interrogarsi sui meccanismi di selezione nella concessione di finanziamenti: come si fa a guidare una multiutility pubblica verso il dissesto da derivati e, qualche anno dopo, presiedere una società quotata in Borsa con debiti molto superiori al patrimonio, continuando a essere interlocutore riconosciuto di banche e istituzioni? La risposta, probabilmente, dice qualcosa di scomodo non solo su Tortora, ma sul sistema che lo ha reso possibile e che, ancora di recente, ha continuato a finanziarlo. I ben informati dicono che Tortora e la sua PLT hanno circa 150 milioni di affidamenti con Mps. Sarà forse questo il motivo per cui è stato l’unico a rendersi disponibile in vista dell’elezione del nuovo cda a sostenere una lista Lovaglio dopo i tentativi che l’ex ad del Monte aveva fatto con molti fondi che però gli avevano chiuso la porta.
La crisi energetica che sta sconquassando i mercati mondiali, con grandi interrogativi sull’approvvigionamento e i costi futuri, soprattutto per Europa e Asia, è la seconda nel giro di pochi anni: se nel 2022 l’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte di Mosca aveva dato il via al disaccoppiamento tra i Paesi dell’Ue e la Russia, il conflitto in Medio Oriente sta nuovamente rimescolando le carte ovunque, evidenziando la vulnerabilità delle vie per le forniture dagli Stati del Golfo. In questo contesto, da un lato Mosca è riemersa come produttrice ed esportatrice di gas e petrolio, pronta a supplire ai deficit in Cina e in India, dall’altro è cresciuta l’importanza strategica dei Paesi dell’Asia centrale, come Turkmenistan e Kazakistan, che già da tempo hanno avviato una politica energetica multivettoriale, con un occhio all’Europa e uno all’Asia. I due Stan più ricchi di idrocarburi, insieme all’Uzbekistan, sono ormai al centro del Grande Gioco, non solo energetico, cominciato con la dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991.
Una raffineria in Germania (Ansa).
Il Kazakistan e le relazioni con la Russia
Da oltre tre decenni, le autocrazie centroasiatiche hanno sviluppato stabili rapporti a Est e a Ovest, mantenendo comunque buone relazioni con la Russia, e il loro ruolo per i rifornimenti energetici su tutte le direttrici è progressivamente aumentato. Il Kazakistan, insieme con i più poveri Kirghizistan e Tagikistan, è tra le ex repubbliche sovietiche più vicine a Mosca, a cui è legata attraverso la Comunità degli Stati Indipendenti (Csi), l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (Csto), l’Unione Economica Eurasiatica (Uee) e l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (Sco), dove è presente anche la Cina. Con circa 30 miliardi di barili è al 12esimo posto per le riserve di petrolio a livello mondiale.
Da sinistra, il bielorusso Lukashenko, il kazako Tokaev, il kirghizo Sadyr Japarov, Vladimir Putin, il tagiko Rahmon e il segretario generale del CSTO Imangali Tasmagambetov (Ansa).
Buona parte dell’export turkmeno è indirizzato a Pechino
Il Turkmenistan, più isolato, rigido e orientato a una politica estera di neutralità permanente, detiene invece circa 19.500 miliardi di metri cubi di riserve accertate di gas naturale, principalmente nel giacimento di Galkinish, ed è tra i primi Paesi produttori al mondo dopo Russia, Iran e Qatar. Attualmente la maggior parte dell’export turkmeno è destinata a Pechino, mentre quantità minori finiscono agli Emirati Arabi Uniti, all’Oman e alla Turchia.
Il presidente del Turkmenistan Serdar Berdimuhamedov e Xi Jinping a Pechino, settembre 2025 (Ansa).
La regione ex sovietica dell’Asia centrale è entrata nella sfera di interesse dell’Unione europea e dell’Occidente proprio perché ricca di risorse e lo scorso anno si è tenuto il primo vertice tra Asia centrale e Ue a Samarcanda, in Uzbekistan, che ha segnato l’avvio di un partenariato strategico. Bruxelles ha promesso investimenti per 12 miliardi di euro per accelerare la cooperazione in vari settori, dall’energia alle infrastrutture.
Il presidente del Turkmenistan Serdar Berdimuhamedov (Ansa).
Il ruolo centrale degli Stan nel Corridoio medio
Gli Stan sono fondamentali anche per il cosiddetto Corridoio medio, la rotta di trasporto internazionale transcaspica che collega la Cina e l’Europa aggirando la Russia. Rilevanti per l’Ue, in particolare per le questioni di gas e petrolio, sono tra il Caspio e il Mediterraneo altre due ex repubbliche sovietiche, la Georgia e l’Azerbaigian, dove già passano pipeline come la Btc (Baku-Tbilisi-Cheyan), e anche la Turchia. Negli ultimi anni si è assistito a un’intensificazione della cooperazione fra Azerbaigian e i Paesi dell’Asia centrale su progetti energetici, con il rafforzamento della regione come snodo di transito tra Asia ed Europa.
Il terminal turco della pipeline Baku-Tbilisi-Ceyhan (Ansa).
L’Asia centrale torna al centro del Great Game
La guerra nel Golfo ha insomma ha rilanciato il Great Game di kiplinghiana memoria in versione Terzo millennio, con Russia, Cina ed Europa a contendersi l’influenza e le risorse di un’area che è, relativamente, periferica rispetto agli accadimenti sulla scacchiera mondiale, ma che racchiude il potenziale per nuovi conflitti, militari ed economici. Gli stessi Stan sono regimi autocratici destinati a trasformarsi, seguendo esempi anche non propriamente pacifici, come già accaduto nei decenni passati tra rivoluzioni e guerre civili: i cambiamenti degli equilibri interni potranno riflettersi quindi anche su quelli internazionali, condizionandoli a favore e sfavore degli attori esterni. Resta quindi da capire chi sul lungo periodo avrà la meglio: al momento sono Cina e Russia a stare davanti all’Europa, poi si vedrà.
Non è la macchina che ci spaventa. È quando sbaglia. Chi usa l’intelligenza artificiale ogni giorno non teme davvero di essere sostituito. Teme di essere tradito, di fidarsi quando non dovrebbe, credendo a una risposta solo perché suona plausibile. Ci sono naturalmente differenze geografiche. Nei Paesi occidentali l’IA suscita preoccupazioni, altrove viene vista soprattutto come un’opportunità. Ma non è solo questione di confini. È questione di fiducia e di come interpretiamo ciò che vediamo sullo schermo.
Le hallucination, cioè errori di fatto, logica o senso
Una ricerca di Anthropic, basata su quasi 81 mila interviste in 159 Stati, conferma una cosa semplice. L’ansia non è futuristica, è operativa. Circa un quarto degli intervistati indica come rischio principale le hallucination, cioè errori di fatto, logica o senso. Una quota che sale intorno a un terzo tra chi teme che l’IA ostacoli le decisioni in modo specifico. Il resto viene dopo. Circa uno su cinque indica le ricadute su lavoro e occupazione tra le principali preoccupazioni, altrettanti temono per la propria autonomia di giudizio, e solo uno su sei il rischio di perdere capacità di pensiero critico. Intendiamoci, non si tratta di una gerarchia definitiva, ma di un’indicazione.
Sequenza di risposte coerenti, ma progressivamente errate
Eppure un terzo degli intervistati afferma che l’intelligenza artificiale ha già migliorato il proprio lavoro. Più veloce, più ampio, più produttivo. È l’idea di potenziamento più che di sostituzione. Il confine però resta instabile e quasi uno su cinque sostiene che le promesse non sono state mantenute. L’IA aiuta, ma non sempre, e soprattutto può convincere anche quando sbaglia. Un intervistato parla di «un’allucinazione lenta», una sequenza di risposte coerenti, sicure, ma progressivamente errate. Non un errore evidente, ma un errore che si costruisce nel tempo.
Intelligenza artificiale che sbaglia (foto creata con Grok).
I due scenari per un finale comunque catastrofico
Non è che prima fosse tutto limpido, sia ben chiaro. Come ci ricorda qualcuno online, «anche le persone allucinano, per ignoranza, incompetenza o intenzione. L’IA aggiunge solo un altro strato». Mentre un altro la butta sul catastrofico: «O l’IA smette di sbagliare e allora milioni perderanno il lavoro, la politica diventerà estrema e il sangue potrebbe scorrere. O non può migliorare e allora distruggiamo migliaia di miliardi di dollari di capitale. Disastro in ogni caso». Che è una tesi perfetta da fine cena, quando nessuno ha davvero voglia di contraddirti.
Quanto siamo disposti a dare credito all’IA?
La verità, più banalmente, è che siamo nel mezzo di una transizione. E che il problema non è tanto quanto l’IA sia intelligente, ma quanto siamo disposti a darle credito. Ed è qui che il discorso si sposta. Non più solo tecnologia, ma epistemologia, se vogliamo usare una parola impegnativa senza sentirci in colpa. Come si distingue il vero dal plausibile, quando il plausibile è scritto meglio del vero? Il paradosso è che proprio chi la usa di più lo sa benissimo. Gli avvocati, per esempio, raccontano di errori diretti, ma anche di benefici altissimi. Insomma, la stessa cosa che ti aiuta è quella che ti frega. Non c’è contraddizione. C’è convivenza.
Intelligenza artificiale (foto Unsplash).
Ed è forse questa la parte più interessante. Non ci sono solo ottimisti e pessimisti. Ci sono persone che nello stesso momento pensano entrambe le cose: la uso e mi aiuta, la uso e mi preoccupa. Una relazione, più che uno strumento. E la dimensione emotiva è parte di questa storia, anche se spesso viene ignorata.
C’è chi la usa per migliorare se stesso o gestire meglio la vita
Lo studio raccoglie infatti testimonianze di persone che hanno usato l’IA come supporto durante la guerra in Ucraina o per elaborare un lutto. E più in generale, a emergere è un caleidoscopio di possibilità che riguarda le nostre vite. C’è chi la usa per migliorare se stesso o gestire meglio la vita quotidiana, chi la sfrutta per liberare tempo da dedicare a famiglia e hobby, chi la vede come strumento di imprenditorialità e chi se la immagina come una leva per grandi cambiamenti sociali, dalla salute alla giustizia.
IA (Igor Omilaev via Unsplash).
Tutte aspirazioni legittime, che parlano di noi e ci mettono allo specchio, mostrando che l’IA non è solo uno strumento, ma un ecosistema cognitivo ed emotivo. Che raccoglie anche questo: «Avevo cominciato a raccontare a Claude cose che non dicevo nemmeno al mio compagno. Come se stessi avendo una relazione.» Come se fosse un amante, insomma. Ma credergli può diventare pericoloso.